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Un' Isola tutta da Leggere...
Di Miss Fantasy (del 23/01/2010 @ 09:07:56, in Libri, linkato 1186 volte)

Un “Isola” tutta da leggere…

Cari amici, vi vogliamo proporre una nuova rubrica letteraria dall’originale titolo: Un “isola” tutta da leggere…
È un originale esperimento di mescolare l’amore per la lettura e l’amore per la Sardegna e le sue culture. Cercheremo di postare almeno ogni quindici giorni degli stralci di romanzi, racconti, poesie, saggi, commedie, articoli letterari e quant’altro, accompagnati da una breve biografia dell’autore.
Il nostro vuole essere un invito a conoscere quegli scrittori sardi che magari non abbiamo mai letto o, possiamo pure confessarlo, mai sentito nominare. Riguardo agli altri, invece, quelli più noti e apprezzati, potremo divertirci ad indovinare il nome dell’autore o il titolo dello scritto.
Da lettori e da sardi, non possiamo non dedicare un pensiero ad un grande della nostra letteratura, ad un grande intellettuale dei nostri tempi.

 Provate ad indovinare di chi stiamo parlando:

…Il riso sardonico era, nella società nuragica, un “riso rituale”, usato, cioè, durante un rito di eliminazione. Secondo due antichi storici greci, Timeo ed Eliano, in Sardegna, i vecchi, non appena compivano i settanta anni, invece di essere mandati in pensione, venivano eliminati, uccisi a colpi di pietra, lapidati dai loro stessi figli che, durante il sacrificio, dovevano ridere.
Era una eliminazione, perciò, religiosa, con una liturgia fissa, una cerimonia simile a tanti rituali di eliminazione e di propiziazione di moltissime culture precristiane, per eliminare il male e propiziare il bene. L’elemento atipico, nel cerimoniale sardo, era appunto, il “riso”
dei figli di fronte all’uccisione dei padri, imposto dalla legge proprio per mostrare fermezza d’animo, forza di carattere, stoicismo di fronte ad un disumano dolore.
A tal fine, per poter sopportare l’angoscia e per poter rappresentare meglio l’atarassia, cioè per poter ridere, durante il rito di eliminazione dei padri, i figli si strofinavano sulle labbra il lattice dell’euforbia, la cosiddetta “erba sardonica”, una pianta diffusa in tutta l’isola, amara come il fiele, che ha la caratteristica di far gonfiare i tessuti molli, in questo caso le labbra, tumefare la bocca fino a farla sgangherare in una orrenda, tragicomica risata.
A nostro giudizio, col permesso dei due citati storici dei vincitori, non si trattava tanto di un fatto religioso, quanto di un provvedimento di natura economica, indicante una costante immutabile della vita esistenziale in terra di Sardegna: la miseria, la carestia, la fame.
Mentre presso altri popoli dell’antichità si uccidevano i bambini, per placare Molok, il dio della fame, nella Sardegna nuragica si uccidevano i vecchi, cioè coloro che hanno terminato il ciclo produttivo, non tanto per motivi di tabù religiosi, quanto per motivi strettamente economici, per avere bocche in meno da sfamare, concorrenti in meno nella divisione di un sempre scarso cibo. Forse o senza forse. La processione carnevalesca dei mammutones (i padri) e degli insokatores (i figli) è la permanenza folk lorica di quell’antico rituale di morte per economia, in Sardegna, la realtà si fa mito.…
…Sia lecito, perciò attribuire ai più profondi valori della sarditudine questo “riso”. E’ il riso della melagrana, quando cade per terra e si sfascia mostrando i suoi denti sgangherati e sanguinanti (su risu de sa melagranata, rutta a terra e ispaccada); è il riso della colomba, che si squarcia il ventre con le unghie (su risu de sa comumba chi si nde bogat sa matta cun s’ungia); è il riso di cenere del contadino del Logudoro, quando la candela di cera, nascosta dentro il moggio di sughero, brucia tutto il suo campo; è il riso giallo del mietitore di Campidano, quando lo scirocco miete, con la sua falce di fuoco, le spighe arrugginite; è il riso verde del pastore di Barbagia, quando la gelata primaverile secca l’erba nella tanca; è il riso nero del minatore di Carbonia, quando il “grisou” scoppia in fondo al pozzo; è il riso rosso del pescatore di frodo, quando il tritolo scaglia le sue dita mozze contro la luna.
E’ proprio per tutto ciò che il mammutone, preso al laccio, si copre il volto col ghigno sardonico della sua maschera nera… (tratto dal libro “Il Riso Sardonico” Gia Editrice)

Allora avete capito di chi si tratta??? Volete un altro aiutino??? Bene possiamo aggiungere che aveva compiuto novant’anni, quando purtroppo ci ha lasciato alcuni anni fa.
Era nato a Nugheddu San Nicolò, aveva completato gli studi a Roma. Durante la seconda guerra mondiale aveva combattuto prima sul fronte jugoslavo e poi su quello russo. Congedato, rientra in Sardegna dove insegna per lunghi anni a Sassari e Cagliari, dedicandosi
parallelamente alla scrittura: giornalista pubblicista, ha collaborato a giornali e riviste come critico letterario, artistico, teatrale. Scrittore bilingue, ha pubblicato libri di poesie, narrativa, teatro, saggistica. Ma era molto più di questo. “Portatore sano di un caratteraccio” è stato definito dal giornalista Pintus su “Il Sardegna”, “polemista tanto da divenire un boxeur del pensiero”. Quel pensiero lo ha espresso sempre, nei suoi scritti e nei suoi discorsi: contro la guerra, contro lo sfruttamento dei pochi sui molti, per la sua terra, per quella Sardegna che ha mirabilmente raccontato nei suoi libri. Indipendentista e profondo conoscitore della nostra storia, considerava l’Era Nuragica l’unico periodo davvero felice dei sardi, successivamente sfruttati e calpestati da una lunga serie di dominatori; ma nonostante la consapevolezza di una sconfitta senza appello, si dichiarava “vinto ma non convinto” e soprattutto “sardo e non italiano”. Uno scrittore assolutamente intelligente, che ha saputo davvero infondere nelle
sue opere l’essenza di una terra antica e di una identità troppo spesso tradita anche dai sardi
stessi. Una morte, la sua giunta in un’età in cui sicuramente si sono fatti parecchi ragionamenti sulla fine della vita. Voleva morire in piedi, come un cosacco, e aveva già pronto il suo epitaffio: Chie ses? Ite ti naras? Ite faghias in vida tua? Deo so Franziscu Masala. In vida mia faghia su poeta e cantaìa sos laribiancos de bidda mia.

 


Si trattava del grandissimo Ciccito Masala e tra le sue opere più rappresentative vi ricordiamo: “Il parroco di Arasolè”, Il Maestrale, Nuoro 2001; “Quelli dalle labbra bianche”, Il Maestrale, Nuoro 1995; “Poesias in duas limbas”, Testo sardo e italiano, Milano, 1981 e Nuoro, 2006; “Quelli dalle labbra bianche” – “Il Parroco di Arasolè”, Il Maestrale, Nuoro 2008.
Buona lettura e a risentirci tra una quindicina di giorni...
Miss Fantasy